27th Giu 2008

Diventate vegetariani e salverete la Terra

Articolo apparso in prima pagina su La Repubblica
Fonte: La Repubblica
di Ettore Livini, giornalista
25 giugno 2008

Nell’era dell’effetto serra, dei prezzi alimentari alle stelle e del Polo Nord che si scioglie come un ghiacciolo all’orzata nella canicola d’agosto, Paul McCartney - risolti i suoi guai patrimonial-matrimoniali - rilancia la vecchia crociata della scelta vegetariana. Una volta era questione di religione (come per i 150milioni di indù che non mangiano carne) o di moda. Oggi, dice lui, il problema è un altro: c’è da garantire un futuro al mondo. Come? Dando l’addio alla bistecca. «Lo chiede persino l’Onu» ha proclamato l’ex-Beatles, che da anni ha scelto un regime alimentare “verde”. «Se vogliamo combattere i cambiamenti climatici dobbiamo mangiare meno carne. Magari eliminandola dalla nostra dieta del lunedì. È un’abitudine da prendere, come andare in palestra e per di più si fa del bene al globo».

Dargli torto - dati alla mano - è difficile. Certo, vista dalla tavola di casa nostra la situazione non sembra poi così nera: un vassoio di salumi, un filetto al sangue o un pollo ai ferri sembrano piatti normali, sono buoni e (in apparenza) sani. Eppure, scientificamente parlando, Paul McCartney ha ragione. Un carpaccio di manzo inquina più di un Suv. Un hamburger divorato al tavolino di un fast food rischia di essere più destabilizzante per gli equilibri geopolitici mondiali di un conflitto locale nel Corno d’Africa. E i vegetariani (centinaia di milioni nel mondo, 2,9 milioni per l’Eurispes in Italia) sono i nuovi Gandhi del terzo millennio. Terrorismo gastronomico? Tutt’altro. La tavola è un business e la carne è il suo status symbol più ambito, il termometro della ricchezza di un paese. Nel 1961 il mondo ne consumava 71 milioni di tonnellate, oggi siamo a quota 248 milioni di tonnellate, cifra destinata a raddoppiare nel 2050. Niente di male, naturalmente, se non fosse che questa metamorfosi alimentare ha cambiato per sempre il pianeta, mettendo in allarme non solo l’ex-Beatles e le comunità salutiste ma anche i grandi organismi internazionali come la Fao.

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26th Giu 2008

Mucche, vitelli e vitelloni (pt. 4/?)

Il bovino, dal prato alla nostra tavola
di AlanAdler

“Davanti al tempio degli dei, magnificamente ornato, ai piedi degli altari dove brucia l’incenso, sovente un vitello cade immolato, esalando dal petto un fiume caldo di sangue. La madre, desolata, percorrendo le verdi pasture, cerca di riconoscere al suolo l’impronta degli zoccoli, frugando con gli occhi ogni luogo, nella speranza di scorgervi il figlio perduto.”
Lucrezio

Il bovino come animale
I bovini sono animali molto socievoli, e hanno un forte senso della famiglia.
Le mucche, con i loro vitellini, dipendono totalmente dalla protezione del toro. Una mucca non può scappare se minacciata, come potrebbe fare ad esempio un cavallo. Si sentono piuttosto vulnerabili senza la sicurezza di un toro vicino.

Come la donna, in una mucca la gestazione dura 9 mesi. Le mucche gravide, giunto il momento di partorire, si allontanano dalla mandria, isolandosi e appartandosi quanto più possibile. Alla nascita il vitello rimane “fuori dal gruppo”, e può unirsi agli altri solo dopo l’approvazione del toro dominante.

Nella mucca, tutto è programmato per proteggere il proprio vitello. Subito dopo il parto nasconde il piccolo che, per i primi giorni di vita, è praticamente inodore per ridurre il rischio di attirare predatori. Lo lecca continuamente, per togliergli ogni altra traccia di odore, e lo segue giorno e notte, senza perderlo mai di vista. Gli occhi dei bovini sono molto grandi e ricevono una grande quantità di luce, e l’immagine che entra nell’occhio di una mucca è circa tre volte più grande di quella ricevuta dall’occhio umano: questo aiuta la madre a seguire le tracce del vitello. Gli occhi dei bovini sono inoltre posizionati ai lati della testa, affinchè il campo visivo sia molto ampio e la mucca possa individuare qualsiasi predatore minacci il vitellino.

I vitellini, come tutti i cuccioli animali e umani, amano giocare. Il tedesco Robert Schloeth, zoologo, ha notato che i vitelli usano dei precisi segnali per comunicare agli altri vitelli che stanno per cominciare a giocare, e che tutto quello che accade dopo quel segnale deve essere interpretato come un gioco: «arricciano la coda lanuginosa e l’agitano solo da un lato, segnale che li rende chiaramente distinguibili».

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16th Giu 2008

Il maiale (pt. 3/?)

Il maiale, dal prato alla nostra tavola
di AlanAdler

“E’ ora di guardare ai maiali non come ad animali da mettere in tavola, ma come a una famiglia lontana cui siamo legati da un’affinità profonda e speciale: stanno solo aspettando il segnale che siamo finalmente pronti a vivere con loro considerandoli esseri pari a noi per svelarci con esuberanza suina l’intera gamma della loro complessa personalità emotiva.”
Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna

Il maiale come animale
I maiali sono animali quasi del tutto notturni, e buoni nuotatori.

Per capire le necessità di questo animale, bisogna fare riferimento al cinghiale (o maiale selvatico eurasiatico), progenitore della stragrande maggioranza dei suini domestici. Un maiale lasciato libero, infatti, rinselvatichisce immediatamente senza problemi di riadattamento, ed anche la propria morfologia subisce mutazioni in tempi sorprendenti, riassumendo i caratteri del progenitore. Come notò Darwin: «Nelle Indie Occidentali, nell’America del Sud e nelle isole Falkland, dove questi animali sono allo stato di libertà, essi hanno dovunque ripreso il pelame oscuro, le setole grosse e le zanne del cinghiale; i giovani vestono la livrea del cinghialetto».

Come noi, e come i cani, i maiali sono animali socievoli. Se lasciati liberi, i maiali gironzolano ed esplorano per tutto il giorno il territorio con i propri simili. Amano grufolare (cioè frugare con il muso nel terreno alla ricerca di tuberi) ed esplorare immersi in territori ricchi e stimolanti, come fa il cinghiale in libertà. In molte regioni italiane questa sua attitudine viene sfruttata in modo originale: grazie al suo sviluppatissimo fiuto e ad un particolare addestramento, viene utilizzato per la ricerca dei tartufi, in sostituzione del piu’ tradizionale impiego del cane.

I maiali sanno riconoscere il proprio nome e, sempre come i cani, scodinzolano quando sono felici. Ma al contrario del cane, il maiale non sembra avere un periodo critico oltre il quale non può più essere socializzato, e se trattato con affetto anche un maiale adulto può benissimo diventare amichevole quanto un cane che ha da sempre vissuto in famiglia sin da cucciolo. I maiali spesso vengono alimentati con gli scarti, ma in realtà hanno un palato molto raffinato, tanto da preferire un dolce ad una sana verdura. Allo stato selvatico, il 90% della sua dieta è di natura vegetale e consiste in frutta, semi, radici e tuberi.

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15th Giu 2008

San Girolamo nello studio

Il dipinto San Girolamo nello studio (1440 ca) di Stefan Lochner, è posto in apertura della nota opera I diritti animali (1983), di Tom Regan.

“Quando dipinse San Gerolamo nel suo studio, il pittore tedesco Stefan Lochner (1400-1451) tradusse in simboli alcuni dei tratti fondamentali della vita di questo santo del quarto secolo. San Gerolamo era uno studioso noto, tra l’altro, per la sua traduzione della Bibbia dal greco al latino (la celebre Vulgata), e il libro aperto nel suo scrittoio simboleggia la sua dedizione all’attività culturale. Un’utilizzazione più interessante dei simboli è costituita dalla presenza nel quadro di un leone. Secondo la leggenda, San Gerolamo avrebbe estratto una spina dalla zampa dell’animale e questi, grato al suo benefattore, sarebbe rimasto con lui. Coloro che osservavano il quadro di Lochner e conoscevano l’episodio appena menzionato comprendevano questo simbolo. Noi, che forse sappiamo ben poco della storia di San Gerolamo, inizialmente comprendiamo meno la ragione della presenza del leone. A dire il vero, anzi, l’animale raffigurato nel quadro non ci sembra per nulla un leone. Le sue dimensioni e la posa della coda sono decisamente poco leonine, criniera e zampe sono quelle di animali diversi dai leoni che conosciamo noi, il profilo e l’occhio visibile hanno qualcosa di umano, e per finire il portamento dell’animale è più simile a quello di un cane di modeste proporzioni o di un cucciolo che a quello del re della foresta. Qualcuno potrebbe essere tentato di spiegare le differenze tra il leone del quadro di Lochner e quelli che conosciamo noi, congetturando che nel Quattrocento i leoni fossero diversi da quelli di oggi. Ma la spiegazione è diversa e più semplice: Lochner, pur conoscendo bene l’episodio di San Gerolamo e del leone, un leone non l’aveva mai visto. Quello che ha dipinto è un prodotto della sua immaginazione, sorretta dalle scarne e aneddotiche informazioni di cui poteva disporre a suo tempo.
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09th Giu 2008

L’importanza di diventare vegetariani

Il Veronesi e i perchè della scelta vegetariana
Fonte: La Repubblica
di Umberto Veronesi, medico oncologo
6 giugno 2008

Ciò che il vertice Fao “ha dimenticato” di discutere è il cuore del problema della fame nel mondo, che non è solo legato ai costi di produzione e distribuzione dei cibi, ma soprattutto alle abitudini alimentari della popolazione del pianeta.
Occorre una rivoluzione nell’alimentazione dei Paesi ricchi per dare il via concretamente e subito ad una soluzione della tragedia dei Paesi poveri, dove si soffre la fame.
Noi siamo alle prese con il problema opposto: aumenta l’obesità fra i nostri figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il troppo cibo come ricatto e se ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare sempre di più.

Proprio su questi temi si riuniranno a Venezia a settembre alcuni fra i maggiori esperti per la Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza: «Food and Water for Life». Io penso che l’ingiustizia alimentare sia una delle peggiori iniquità dei nostri tempi: una questione di civiltà e di cultura, che ci riguarda tutti da vicino. C’è un comportamento individuale responsabile, infatti, che può contribuire a riequilibrare questi due drammatici estremi ed è la riduzione del consumo di carne.

Molti uomini di scienza e pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta per l’armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo da Vinci, che non poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad Albert Einstein, il più grande scienziato del 900, che presagiva che nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla Terra, quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana. Anch’io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per tre motivi.

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30th Mag 2008

Perchè NoVivisezione

Video-documentario realizzato per AgireOra sulla vivisezione e sulla vita degli animali rinchiusi nei laboratori, con commento di Marina Berati. La versione che presento qui è la versione web, della durata di 5 minuti, più “leggera” e pensata per una maggiore diffusione su YouTube. La versione completa invece, della durata di circa 18 minuti, è disponibile in streaming su GoogleVideo qui, e può essere scaricata nella versione ad alta risoluzione (433 MB) da masterizzare e usare per presidi, cliccando qui.

Nel video-documentario sono presenti molte immagini forti, per colpire lo spettatore. Il video è infatti stato pensato, ed è molto adatto, per essere usato durante presidi in strada. Durante l’iniziativa “No al 5 per mille alla vivisezione“, organizzata da AgireOra durante lo scorso aprile, il video è stato reso disponibile per i presidi organizzati in più parti d’Italia, e si è rivelato molto efficace.

Le musiche usate sono disponibili sotto licenza CreativeCommons sul sito Jamendo, una ricca e preziosa fonte di musica messa a disposizione da artisti emergenti di tutto il mondo, anche artisti di grande talento.

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18th Mag 2008

Cani da salvare, visoni da scuoiare, cinghiali da cacciare

Aiutare cani giustifica appoggiare le altre forme di crudeltà su animali?
di AlanAdler

Purtroppo, oggi, quando si parla di “amore per gli animali”, si intende solitamente “amore” per cani e gatti (con un concetto di amore il più delle volte assai poco chiaro, si pensi ad esempio alla ragazza che “ama gli animali” con il labrador acquistato a caro prezzo dall’allevatore). Questo atteggiamento diffuso rende chiaro che agli animali vada assegnato un certo valore fittizio, partendo dall’animale “d’affezione”, degno della nostra attenzione, fino agli animali allevati per essere mangiati, a cui non spetta alcuna considerazione. Anzi, a cui non spetta nemmeno lo status di “animale”, dal momento che il concetto “amore per gli animali” implica che, appunto, solo quegli animali (gli animali “d’affezione”) vadano considerati come tali, mentre gli altri sono al più delle “cose” (strumenti di ricerca, cibo, vestiti, ecc).

Questo “amore per gli animali”, in alcune persone, può rappresentare la base per un vero amore verso tutti gli animali, fino ad arrivare ad accettare le ragioni della scelta vegetariana. Ma il più delle volte, purtroppo, questo concetto distorto di “amore per gli animali” non fa altro che consolidare l’atteggiamento culturale per cui solo determinati animali hanno il diritto ad essere considerati come tali, a discapito degli altri per i quali «è giusto che sia così» (è giusto che vengano usati nei laboratori, è giusto che vengano allevati per essere mangiati, è giusto che vengano usati nel circo…). Anzi, per certe persone, questo “amore per gli animali” giustifica il sostenere la crudeltà sugli altri animali.

Ad esempio, per alcune persone impegnate nella cura dei cani ospiti dei rifugi, il loro “amore per gli animali” è così intenso da renderli del tutto ciechi alle altre forme di crudeltà sugli altri animali. Può capitare, così, che per alcune associazioni di gestione canili, la causa in cui sono impegnate è talmente importante, per loro, da giustificare (sempre se pensino che ci sia qualcosa da giustificare) il sostegno pubblico ad altre forme di crudeltà sugli altri animali. Queste associazioni, anche seriamente impegnate nella cura dei cani che ospitano, non si dimostrano, purtroppo, solo semplicemente incoerenti con la propria attività (aiutano vite e nello stesso tempo sostengono la crudeltà su altre vite) ma rappresentano un grave danno per chi è seriamente impegnato a difendere tutti gli animali, senza distinzione di specie, e quindi, in ultima analisi, rappresentano un grave danno agli animali.

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11th Mag 2008

Gatti vegetariani (pt. 2/2)

È accettabile per la salute dei nostri gatti mangiare vegetariano?
Fonte: For the animals

Con i gatti la questione si fa più difficile, ma non impossibile.
Anche nel caso dei felini, abbiamo un modello “selvatico” a cui guardare. In America, negli anni ‘40, ci fu un caso clamoroso di cui parlò tutto il Paese e la stampa mondiale. Una leonessa, Little Tyke, tenuta insieme ad altri animali da una famiglia in un ranch nello stato di Washington, si rifiutò di mangiare carne. Georges Westbeau, suo “padre putativo”, racconta nel libro Little Tyke (Pacific Press Pub. Assoc., 1956) che si trattava di un animale straordinariamente mite, che viveva in pace domestica con gli erbivori del ranch.
Little Tyke era anche eccezionalmente sana: uno dei più esperti curatori di zoo dell’America la visitò e la definì “il miglior esemplare della specie” che avesse mai visto. I Westbeau erano tuttavia preoccupati, perché gli scienziati ripetevano che un leone non può sopravvivere senza carne. Ma nonostante i loro prolungati sforzi, non ci fu mai modo di farne mangiare alla loro leonessa. Quando nel 1955 Tyke apparve in diretta nel programma televisivo “You Asked For It”, l’America si commosse a questa moderna storia del lupo di Gubbio. Per quanto insolito sia il caso di Little Tyke, esso indica chiaramente che anche il più carnivoro degli animali può vivere bene senza carne (e addirittura preferirlo).

Ma che dire dei gatti domestici? Per molto tempo si è creduto che fosse impossibile convertire questi carnivori ad oltranza al vegetarianismo. Tuttora, molti di coloro che accettano un’alimentazione senza carne per i cani non la ritengono adatta ai gatti. In questo campo bisogna ringraziare Barbara Lynn Peden, un’americana convinta assertrice di un regime vegano per cani e gatti, che non si è data per vinta ed ha iniziato un’opera davvero pionieristica. Il libro che ha scritto, Dogs and Cats Go Vegetarian, documenta la lotta da lei intrapresa con tenacia e determinazione per risolvere il problema di trovare una dieta equilibrata per i felini domestici senza ricorrere ad alimenti di origine animale.

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11th Mag 2008

Cani vegetariani (pt. 1/2)

È accettabile per la salute dei nostri cani mangiare vegetariano?
Fonte: For the animals

I cani possono essere vegetariani? A giudicare dal fatto che in Inghilterra sono più di 50.000 i migliori amici dell’uomo nutriti col prodotto “Happidog Supermeal”, interamente composto di ingredienti vegetali, sembrerebbe proprio di sì.

Fra i cani che non mangiano carne vi sono quelli di alcuni personaggi famosi, vegetariani a loro volta. Paul McCartney e la moglie Linda, purtroppo scomparsa qualche anno fa, per esempio, animalisti ed ecologisti convinti. E il cantante Howard Jones, che dichiara: «Prima di iniziare un’alimentazione non-carnea per il mio cane Benny ne ho parlato col mio veterinario, e insieme abbiamo elaborato il menù per i suoi pasti. Benny aveva già 7 anni quando l’ho convertito al nuovo regime, e adesso sta benissimo di salute». Un’altra vegetariana è Carla Lane, scrittrice di testi teatrali per la TV inglese. Racconta: «Ho sempre avuto cani lupo vegetariani. Egor, il mio precedente pastore tedesco, è vissuto di una dieta vegetariana dall’età di 5 anni in poi. Il veterinario l’aveva consigliata in seguito a un’emorragia e disturbi di stomaco di cui Egor aveva sofferto. Visse a lungo e fu sano sino alla fine. La vista e i denti erano perfetti. Per due anni ebbe un battito cardiaco accelerato, il che rende ancora più eccezionale il fatto che sia vissuto fino a così tarda età. Era felice di essere vegetariano, e non ha mai dimostrato alcun interesse per gli ossi».

Non tutti, però, sono d’accordo. Desmond Morris, il noto studioso di comportamento animale, è contrario: «Non soltanto è sbagliato, ma è anche crudele e stupido. I cani sono naturalmente carnivori, per cui negar loro la carne per sostituirla con dei vegetali equivale a privarli di una parte vitale della loro dieta». La sua è un’opinione condivisa da molti. Eppure, basare un’argomentazione unicamente sul concetto di “carnivoro”, nel duplice senso di appartenente a quest’ordine dei mammiferi e di soggetto a regime carneo, non serve, perché esso, preso come una barriera assoluta oltre la quale non si può andare, non significa granché.
L’Enciclopedia Britannica, ad esempio, spiega: “Anche se il nome carnivori vuol dire mangiatori di carne, l’alimentazione di questi animali va da una esclusivamente carnivora a una quasi totalmente vegetariana. Alcuni ursidi, procionidi e canidi dipendono parecchio dalla vegetazione, e il panda gigante vive quasi interamente di germogli di bambù″. Per gli sciacalli, parenti stretti dei nostri Fido, i frutti formano una parte importante della dieta; coyote, lupi e volpi consumano grandi quantità di frutti e bacche anche in periodi dell’anno in cui non è difficile trovare da mangiare, il che indica una genuina predilezione per questi cibi.

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08th Mag 2008

Nascere, vivere e morire intensivamente (pt. 2/?)

Caratteristiche base dell’allevamento intensivo
di AlanAdler

“Il termine di allevamento intensivo dovrebbe essere sostituito con quello di allevamento specializzato. L’elevata efficienza degli allevamenti specializzati deriva da una adeguata genetica degli animali, una corretta alimentazione, un buon sistema di allevamento che comprende anche un elevato livello del benessere e della salute animale.”
Giovanni Ballarini, presidente del Centro Studi “F. Marenghi” dell’Accademia Italiana della Cucina, Elogio della carne bovina

“Una mostruosità del nostro secolo è stata la costituzione degli allevamenti intensivi e lo sviluppo di una complessa disciplina di tortura che si chiama zootecnia. Il lager zootecnico non solo ha rimosso qualsiasi senso di responsabilità umana nei confronti degli animali domestici, ma ha fatto di più: ha volutamente ignorato le loro caratteristiche di esseri senzienti. Questa attività è letteralmente un crimine legalizzato.”
Roberto Marchesini, presidente della Società Italiana di Scienze Comportamentali Applicate (SISCA) e direttore della Scuola di Interazione Uomo Animale (SIUA), Oltre il muro: la vera storia di mucca pazza (1996)

In questo preciso momento, miliardi di animali, in ogni parte del mondo, si trovano rinchiusi dentro strutture di allevamento intensivo (o industriale). Solo una insignificante parte degli animali allevati oggi per l’alimentazione umana vive in condizioni di allevamento migliori (migliori, non certo soddisfacenti per l’animale). Eppure, sono ancora in pochi a sapere cosa significhi esattamente, per l’animale, vivere in un allevamento intensivo. Questo perché le strutture in cui gli animali sono rinchiusi sono poste sempre lontane dai centri abitati e nascoste alla vista del cittadino-consumatore, che viene bombardato unicamente da informazioni - false e fuorvianti - dai mass media che invadono la sua vita. Basta così una pubblicità in TV per credere che le mucche vivano felici tra i prati offrendoci contente il loro latte.

In Italia, ogni anno, vengono allevati e uccisi circa 450 milioni di animali a scopo alimentare. Senza contare le tonnellate di carne e i milioni di animali - vivi - importati dall’estero. E naturalmente escludendo i pesci che, data l’enormità della strage, non vengono calcolati in numero di individui uccisi: si parla di qualche centinaio di migliaia di tonnellate di “pesce”. Tutto questo per soddisfare le esigenze degli italiani, che secondo un’indagine degli ultimi anni porterebbero a casa una spesa alimentare composta per il 51.2% da prodotti di origine animale (carne, pesce, latte e derivati, uova) (fonte: Panel famiglie Ismea-ACNielsen). È quindi evidente che l’allevamento degli animali per l’alimentazione umana rappresenta, in numero di individui, il massacro maggiore tra le numerose forme di sfruttamento animale: si pensi ai laboratori italiani di vivisezione, che raccolgono “solo” un milione di animali circa, o ai cani randagi, “appena” 600-700 mila nel nostro Paese.

Alcune persone credono che rivolgendosi ad allevamenti più “naturali”, dove gli animali vivono in maniera più “dignitosa”, si possa risolvere il problema della crudeltà degli allevamenti intensivi. A prescindere da cosa significhino, dal punto di vista dell’animale e non del commensale, parole come “naturale” e “dignitoso”, non è comunque realistico concepire allevamenti di tipo biologico su larga scala e a lungo tempo, come certe associazioni - che si definiscono “ambientaliste” - ingenuamente propongono. Perchè non è realistico?
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08th Apr 2008

Perché vegan. Considerazioni sul benessere degli animali sfruttati come cibo (pt. 1/?)

Cosa c’è di male nel mangiare carne?
di AlanAdler

“Per la maggior parte degli umani, specie nelle moderne comunità urbane e suburbane, la più diretta forma di contatto con gli animali non umani è all’ora di pranzo: ce li mangiamo. […] È qui, sulla nostra tavola da pranzo e nel supermercato o nella macelleria del nostro quartiere, che veniamo a contatto diretto con il più vasto sfruttamento delle altre specie che sia mai esistito.”
Peter Singer, Animal Rights and Human Obligations

Gli animali sono esseri senzienti. Sono, cioè, in grado di sentire, di provare, sensazioni e sentimenti.
D’altronde anche l’uomo è un animale, e il nostro cane o il nostro gatto ci dimostrano in maniera chiara e inequivocabile che anche loro, come noi, non differiscono affatto sotto l’aspetto del “sentire”: sono in grado di sentire il nostro amore e sono in grado di collegare una nostra carezza a una sensazione di piacere. Anche l’etologia conferma oggi in maniera decisiva questa visione dell’animale, d’altra parte.
Ma non solo il nostro cane o il nostro gatto, ma anche un maiale, una mucca o un pollo non sono affatto diversi da noi, nel “sentire”. Tanto è vero che, come da una parte ci sono persone che rifiutano di mangiare sia un cane o un gatto che un maiale, una mucca o un pollo (ossia scelgono di mangiare vegetariano), dall’altra ci sono persone che trovano appagante mangiare sia un maiale, una mucca o un pollo che un cane o un gatto (come avviene per molte culture asiatiche). Due visioni opposte che rendono chiaro come in realtà per milioni di persone non c’è alcuna differenza tra questi animali. L’unica differenza consiste invece solo nel nostro modo di vedere loro.

I cosiddetti “animali da reddito” conservano intatte in loro tutte le complesse e raffinate necessità etologiche e comportamentali che nei milioni di anni di evoluzione si sono sviluppate nei discendenti dai quali provengono. Privare un animale di esprimersi liberamente e pienamente secondo le proprie necessità e, peggio ancora, costringerlo in situazioni di vita del tutto incompatibili con la sua natura, genera in lui stress e sofferenza.
E nessun animale si è evoluto dentro un recinto. Né tantomeno dentro strutture di stampo nazista.

Oggi la quasi totalità degli animali usati per l’alimentazione umana (un numero impressionante stimato in miliardi di individui in tutto il mondo) “vive” in allevamenti di tipo intensivo (o industriale), e l’immagine della classica “fattoria” è quasi completamente scomparsa (e in via definitiva di scomparire del tutto), soffocata dal prosperare di moderne strutture di allevamento.
Questo cambiamento radicale è piuttosto recente nella nostra cultura europea, e risale pressappoco alla metà del secolo scorso, quando approda da noi il modello Usa: gli europei imparano che non serve essere agricoltori e avere terreni per allevare, ma basta un capannone. Nasce così anche da noi la produzione zootecnica industriale: interi settori della zootecnia tradizionale scompaiono. Aumenta la richiesta di carne, aumenta il numero di animali per azienda, aumenta il consumo di carne. Un circolo vizioso destinato a ripetersi ancora oggi. Basti pensare che
negli anni ‘50 il consumo di carne in Italia era di 18 kg pro capite annui: oggi è di circa 85 kg.

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26th Mar 2008

Se il pianeta muore di bistecca

Articolo apparso su La Stampa a firma di Mario Tozzi sul perchè non mangiare carne
Fonte: La Stampa.it
di Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, giornalista
25 marzo 2008

Proviamo a riflettere ancora una volta sulla scelta degli uomini di «sacrificare» animali in grandi quantità in occasione delle feste comandate, magari appena dopo un digiuno o un venerdì «di magro». Atteso che quasi nessuno ricorda più neppure lontanamente l’eventuale origine religiosa o tradizionale, resta l’ecatombe priva di senso logico e del tutto fuori linea rispetto al futuro ambientale del pianeta.

Non è questione di empatia con altri esseri viventi. Non è, in altre parole, questione di decine di migliaia di agnelli sgozzati, di centinaia di migliaia di maiali dissanguati e milioni di polli costretti a vivere tutta la loro vita nello spazio di un foglio A4: nessun animale si comporta così verso gli altri, e già questo uso industriale e massivo di altri viventi ci porrebbe oggettivamente fuori dal corso naturale della storia del pianeta. Il fatto è che gli uomini non nascono carnivori né predatori, al contrario, come testimoniamo i ritrovamenti paleontologici per anni male interpretati: noi eravamo oggetto della caccia di tigri dai denti a sciabola insieme ai mammuth, non gli uccisori degli altri. Dentizione, lunghezza dell’intestino e molti altri caratteri testimoniano che eravamo destinati a mangiare vegetali e solo occasionalmente proteine di origine animale, carogne o animali malati cacciati per caso, un po’ come fanno altri primati.

Non è neppure questione di salute, sebbene da tempo i dati medici espongano molto chiaramente che un eccesso di consumo di carni produca malattie cardiovascolari, diabete e tumori. I tre milioni di danesi che furono costretti dall’embargo del 1917 a una dieta di patate e orzo (da grandi consumatori di burro, latte e carni bovine che erano) videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35%. Come a dire che vivere al vertice della scala delle proteine è piuttosto un rischio che non un vantaggio. Nelle culture carnivore occidentali l’incidenza del tumore al colon è dieci volte superiore a quella delle culture vegetariane asiatiche, tanto da arrivare alla conclusione che la sola quantità ottimale di consumo di carne rossa è zero.

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21st Mar 2008

Gesù con agnello

Tra qualche giorno milioni di persone festeggeranno la loro Pasqua imbandendo la loro tavola con il corpo di un vitello fatto a pezzi.
Non spetta a me indagare sulla vita di Gesù e stabilire se fosse vegetariano, come alcuni studiosi e comunità cristiane ritengono, nè spetta a me stabilire se nell’ultima cena Gesù non si cibò del corpo di un agnello, come ha anche affermato Papa Benedetto XVI nel corso di una messa tenutasi lo scorso anno nel periodo pasquale:

«Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello - no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue.»

Ma come potrebbe mai essere contento oggi Gesù di sapere che per ricordare il suo nome ogni anno milioni di cuccioli innocenti e indifesi vengono sgozzati e fatti a pezzi? Ma come si può immaginare Gesù sporco di sangue che con in mano un coltello affilato e dalla lama rossa incita una folla ad ammazzare agnellini impauriti per festeggiare la Pasqua?

Ma quale amore può nascere da chi vede il Cristianesimo in questo modo?

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13th Mar 2008

Note sul benessere negli allevamenti intensivi

Parametri di valutazione del benessere animale e condizioni di vita degli animali negli allevamenti odierni
Fonte: AVDA.it
di Enrico Moriconi, medico veterinario

La maggior parte degli animali da reddito dei paesi sviluppati vive ormai negli allevamenti intensivi la cui costruzione, come noto, si può far risalire alla seconda metà del secolo scorso.
I motivi che hanno favorito questa tipologia di allevamenti sono molteplici. Sicuramente un ruolo rilevante lo hanno avuto gli antibiotici in quanto solo quando se ne è avuta piena disponibilità si è potuto risolvere il problema dello stress e della conseguente facilità di ammalarsi per gli animali. Il sistema si è giovato poi del contributo delle nuove tecnologie del cemento che hanno permesso di costruire grandi edifici con poca spesa. Inoltre si devono considerare le trasformazioni dei mezzi di trasporto, la disponibilità di altri presidi farmacologici come i vaccini, ecc.

Negli ultimi anni nella società hanno preso vita molti movimenti che si propongono la tutela degli animali e si interrogano sulle condizioni di vita in queste strutture industrializzate.
A questa domanda non è facile rispondere in modo diretto e in ogni caso è indispensabile approfondire alcune tematiche ed effettuare un’analisi della situazione, considerando altresì che gli allevamenti si caratterizzano per offrire condizioni differenti alle diverse specie. La domanda comunque non è retorica in quanto una parte sempre più consistente della popolazione nazionale e mondiale si chiede se sia giusto continuare ad allevare gli animali in strutture di questo tipo.
L’analisi della situazione dovrà dunque valutare le condizioni che si realizzano negli allevamenti alla luce delle conoscenze sull’etologia degli animali.

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13th Mar 2008

Enzo Maiorca: vi racconto il mio mare

Emozioni e perplessità del grande apneista
Fonte: WWF Italia
di Lucio Biancatelli
9 novembre 2005

«Da anni non vedo più una cernia, né un’aragosta, in mare non c’è più nulla. Sono spariti i ricci, e pensare che una volta si andava in mare con l’ago per togliere le spine dei ricci dai piedi dei bambini. Oggi non ce n’è più bisogno». Enzo Maiorca è venuto a trovarci al WWF per parlare della nostra campagna per una pesca sostenibile [NdR (AnimalStation): il WWF preferisce appoggiare la cosiddetta “pesca sostenibile”, di dubbia validità, piuttosto che una più coerente e decisiva scelta vegetariana, per ovvi motivi], della quale ha accettato con entusiasmo di diventare “ambasciatore”. Chi di noi non lo conosceva ha scoperto un personaggio ricco di umanità e cultura, e dalle mille storie da raccontare sul mare e la sua vita. Abbronzatissimo, fisico asciutto e in gran forma («ogni giorno corro per 5 chilometri sulla spiaggia») ci stupisce perché a tavola ci guarda mangiare ma lui ordina solo frutta. «Da sempre sono abituato così: il pranzo lo salto Maiorca ancora oggi va sott’acqua, e non potrebbe essere altrimenti: scende fino a 40-50 metri. Ma non è più come una volta.


Il mare ieri e oggi
«Nel 1943 avevo 12 anni: grazie ad una maschera antigas adattata, ho dato la mia prima sbirciatina al mare. Era come la tavolozza di un pittore impazzito, come il regno in cui Poseidone allevava i suoi sudditi. Gorghi, grotte, praterie di posidonia, chiazze di sabbia. Un brulichio di colori. Sotto ogni anfratto mandrie di ombrine. Ovunque si ammiravano cernie, polpi, murene. Mi innamorai del mare dal punto di vista somatico. Ma oggi il mare ha perso l’identità cromatica, e anche le sue caratteristiche organolettiche, gli odori. Gli scogli millenari hanno ceduto il passo alle scogliere artificiali, non vedo più le cernie, le aragoste, o i branchi di saraghi e ombrine. Si è estinta anche la cultura del mare. L’uomo è diventato così potente che ha dimenticato di essere intelligente.»

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